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UN “LIKE” PERICOLOSO

In questo articolo continuiamo la rubrica sul diritto e le nuove tecnologie inaugurata nel corrente anno, spostando il focus su un caso più specifico: quali conseguenze può avere un semplice “like” nel nostro ordinamento giuridico.
Tutti noi ormai siamo completamente immersi ed utilizziamo costantemente (talvolta fin troppo) i c.d. social network ed è altresì normalità essere attivi, non per forza pubblicando o esponendoci completamente in prima persona, ma anche solo condividendo materiale altrui, ovvero esprimendo apprezzamenti su materiale condiviso da altre persone. Ciò avviene, normalmente, utilizzando una funizione tipica dei social ossia apponendo il “like” oppure commentando i post che ci piacciono o su cui siamo d’accordo. Ma siamo realmente sicuri che questi semplici attesati di “stima” o “commento” siano del tutto giuridicamente insignificanti ?
In realtà i like sono molto utili per l’algoritmo, ad esempio, di Facebook, perché grazie ad essi i social decidono quali post meritano importanza e quali no, ciò significa che un post con molti like ha sicuramente più probabilità di essere visto da più persone, rispetto ad uno con pochi.
Tuttavia occorre fare una distinzione tra le pubblicazioni, infatti solitamente possiamo dividere i post in due grandi categorie: i post con informazioni corrette, utili o semplicemente spiritosi ed ironici o sarcastici, senza con ciò risultare offensivi ed invece i post contenenti informazioni errate, creati con l’intento di fuorviare le idee del lettore, se non addirittura essere offensivi e denigratori verso una persona o una categoria di persone. Alla luce di tutto ciò, mentre il primo tipo di pubblicazioni non presentano effetti e conseguenze sul piano giuridico, occorre affermare che, diversamente, il secondo tipo può apparire altamente sconveniente se si tratta di post inopportuni, come possono esserlo i post con contenuti di tipo razzista per esempio, in quanto potrebbe ispirare più persone a seguire quella ideologia e quindi offendere le persone ivi rappresentate.
Proprio per questo motivo i social vengono equiparati (e sono a tutti gli effetti), un mezzo pubblico per la diffusione delle informazioni, perché ogni post ha la possibilità di raggiungere un numero indefinito di persone, esattamente come una trasmissione televisiva o un giornale.
Difatti nel nostro ordinamento giuridico il reato di diffamazione, la cui fattispecie si concreta nella condotta finalizzata a ledere la reputazione di un’altra persona, prevede una pena aggravata nel caso in cui l’offesa sia arrecata mediante stampa o altro mezzo di pubblicità, secondo l’articolo 595 del codice penale. Anche i social network sono annoverati quali mezzi di diffusione per i quali opera la suddetta circostanza aggravante.
Sempre nel codice penale troviamo l’articolo 604 bis, attinente al reato di propaganda e istigazione a delinquere per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi che all’ultimo comma considera come aggravante la diffusione di materiali fondati sulla negazione o minimizzazione della Shoah o dei crimini di genocidio.
Anche recentemente in un caso specifico, la Corte di Cassazione ha confermato una condanna per istigazione all’odio e alla propaganda a seguito di like continui a post con riferimenti alla Shoah e alla comunità ebraica, che veniva considerata la vera nemica, quindi applicando la pena con l’aggravante di cui all’articolo 604 bis sopra descritta.
La stessa Corte, dopo avere esaminato il caso, ha confermato le pronunce dei due gradi precedenti di giudizio e, con sentenza n. 4534 del 9 febbraio 2022, ha affermato che i like continui ad un post di contenuto discriminatorio possano essere considerati indizio grave preciso e concordante per definire l’eventuale istigazione all’odio da parte dell’autore.
Sara Baloshi – IV ITC Paolini
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Avv. Filippo Martin