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I DAZI BUSSANO ALLA PORTA DI CASA

Negli ultimi giorni, il dibattito internazionale si è nuovamente acceso attorno alla politica commerciale degli Stati Uniti, in particolare in seguito alle dichiarazioni del Presidente Donald J. Trump, che ha annunciato l’introduzione di nuovi dazi sulle importazioni, con particolare enfasi sui prodotti provenienti dalla Cina.

I dazi doganali sono imposte applicate sulle merci al momento del loro ingresso in un determinato territorio nazionale. Essi rappresentano uno strumento di politica economica mediante il quale gli Stati possono gestire e controllare gli scambi commerciali internazionali. Il loro scopo è disincentivare l’importazione di beni esteri che potrebbero competere con la produzione interna.

La politica commerciale americana ha quindi intrapreso una strada improntata al protezionismo. Tali politiche mirano a incentivare gli investimenti interni, favorendo la creazione di posti di lavoro e il miglioramento dei servizi pubblici. Inoltre, l’aumento dei dazi potrebbe orientare i consumatori americani verso l’acquisto di prodotti nazionali, poiché questi risulterebbero più convenienti in termini di prezzo rispetto alle alternative straniere.
A partire dal 5 aprile, tutte le merci importate negli Stati Uniti saranno soggette a un dazio base del 10%. Successivamente, entreranno in vigore tariffe aggiuntive nei confronti di circa sessanta Paesi, indicati da Trump come «i peggiori trasgressori», tra cui anche l’Unione Europea. Per quest’ultima, i dazi saliranno al 20%.

Confermata l’introduzione di un dazio del 25% su tutte le automobili e sui componenti automobilistici prodotti al di fuori degli Stati Uniti, una misura che colpisce in modo significativo anche l’Italia. Le ripercussioni non si limitano qui, è particolarmente preoccupante la situazione per i produttori di vini e alcolici, i quali indirizzano quasi la metà delle proprie esportazioni complessive verso il mercato statunitense.
Con il rischio di ritorsioni da parte di altri Paesi resta da vedere se il saldo commerciale degli Stati Uniti potrà davvero tornare in equilibrio senza compromettere le relazioni commerciali internazionali che, nel frattempo, già iniziano a far sentire i loro effetti pratici sulle “tasche” e i “bisogni” degli italiani.

Due le primarie ricadute immediate sulla nostra economia: se i dazi faranno impennare l’inflazione ed affosseranno la crescita economica, le famiglie vedranno diminuire il reddito disponibile (e le banche, potrebbero essere più selettive nell’erogazione dei mutui). I dati OMI delle entrate, consentono di individuare i territori ove i mutui sono più diffusi e l’impatto delle modifiche dei tassi.
Su oltre novanta province monitorate dall’Osservatorio mercato immobiliare, oltre metà degli acquisti di persone fisiche è stato sorretto da ipoteca: record a Prato (59 %), seguita a ruota da Forlì e da Lodi. Nel primo trimestre 2025 le richieste della famiglie registravano il + 22 % su base annua e l’importo medio delle erogazioni raggiungeva il record di 150.000 euro (osservatorio mutui Crif). Tutto molto bene, quindi, fino alla guerra commerciale ingaggiata da Trump.
I fatti degli ultimi giorni creano grande incertezza e destabilizzazione sebbene ancora non si registri un’inversione di tendenza (serviranno alcuni mesi costanti negativi per consolidare un trend in tal senso).
Ad oggi, secondo Crif, il mutuo a tasso fisso rimane uno strumento vantaggioso e tale da promuovere a fronte di potenziali scenari avversi.
Al di là dei riflessi sui mutui, i principali osservatori hanno attese positive per il 2025. “Scenari immobiliari” prevede un aumento del 4% delle vendite con possibile incremento di prezzi delle case, anche in grandi centri come Milano, Roma, Bologna. Egualmente Nomina stima valori in salita dell’1,4 nelle città maggiori e 1,3 in quelle intermedie.
Osserviamo. E speriamo.
Avv. Filippo Martini

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