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Privacy dei minori e sul diritto all’immagine.

Articolo a cura dell’Avv. Filippo Mrtini

Nel tempo dei social network, una delle forme più comuni con cui le famiglie comunicano e raccontano la propria quotidianità è la pubblicazione delle immagini dei figli. Ma dietro a ciò che appare come un gesto d’amore o un modo per conservare e diffondere ricordi familiari, si cela una delicata questione giuridica: il diritto all’immagine del minore.

In Italia, il diritto all’immagine è tutelato dall’articolo 10 del Codice Civile e dagli articoli 96 e 97 della Legge sul diritto d’autore. A livello internazionale, la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia sancisce che ogni minore ha diritto alla protezione della propria identità, e il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (GDPR), applicabile in tutta l’Unione Europea, considera i minori soggetti particolarmente vulnerabili. È evidente, quindi, che anche un bambino ha il diritto di non vedere la propria immagine usata, diffusa o esposta pubblicamente senza adeguata tutela. Il minore però non riesce ad esercitare in autonomia questo diritto, e viene dunque affidato ai genitori, suoi rappresentanti legali.

Tutto ciò che viene caricato sul web no viene mai definitivamente rimosso, pertanto il Garante per la protezione dei dati personali, in più occasioni, ha invitato i genitori a riflettere bene prima di postare immagini dei figli, sottolineando che anche un gesto fatto con benevole intenzioni può avere conseguenze impreviste: dalla diffusione non autorizzata alla possibilità di sfruttamento o derisione, fino a rischi più gravi come il furto d’identità o l’utilizzo da parte di reti criminali.

Tutto diventa più complicato quando i genitori non sono d’accordo tra loro (si pensi a situazioni anche estreme, tipo separazioni giudiziali in corso o comunque conflittuali). La giurisprudenza ha chiarito che, in caso di conflitto, nessun genitore può pubblicare foto del figlio minorenne senza il consenso dell’altro. In violazione di questo principio, l’altro genitore può rivolgersi al giudice tutelare e chiedere la rimozione dei contenuti ed il giudice può ordinare, oltre alla cancellazione, anche un risarcimento per l’eventuale danno arrecato al minore.

Più recentemente si è parlato di “sovraesposizione mediatica” in riferimento a genitori che, per ottenere visibilità o vantaggi economici, trasformano i figli in piccoli influencer, mettendo a rischio la loro riservatezza e identità digitale (caso Fedex ed ex Ferragni sopra tutti). Questo fenomeno ha un nome ben preciso: sharenting, ovvero l’abitudine di condividere eccessivamente immagini e contenuti che riguardano i propri figli. I bambini di oggi, crescendo, possono sentirsi violati nella loro intimità o, in casi più gravi, subire conseguenze sul piano emotivo, relazionale o persino lavorativo.

Se un bambino, una volta diventato adulto, si rende conto di essere stato esposto (in certi casi sovraesposto) pubblicamente contro la sua volontà ha il diritto di chiedere la rimozione dei contenuti attraverso il cosiddetto “diritto all’oblio”, previsto dal GDPR, se ritiene che quelle immagini non siano più compatibili con la sua volontà, ledano la sua dignità o non siano più necessarie. In caso di danni concreti – come cyberbullismo, ansia, derisione o lesioni della reputazione – può anche chiedere un risarcimento ai genitori per violazione della privacy o del diritto all’immagine, appellandosi all’articolo 2043 del Codice Civile. Se, inoltre, l’esposizione è avvenuta con finalità economiche, come spesso accade nel mondo dei social, potrebbe configurarsi una forma di sfruttamento dell’immagine del minore, con ulteriori conseguenze legali.

E’ evidente che la tecnologia corre più veloce della legge, la sfida è quella di sviluppare e promuovere al meglio la responsabilità digitale. I figli non sono estensioni dei genitori, né contenuti per i social. Sono persone, titolari di diritti, anche se ancora incapaci di esercitarli pienamente. Fotografarli può essere un gesto d’amore. Ma pubblicarli richiede riflessione, equilibrio, consapevolezza. 

Da ultimo, lascio questa come riflessione – provocazione ai gentili lettori, rivolgendomi loro in modo diretto: pensate a quando vi scattate una fotografia, un “selfie” o altro che intendete pubblicare.  Vi piace sempre e subito, al primo tentativo ?  Oppure, talvolta, avete dovuto riprovare più e più volte fino a trovare lo “scatto” giusto. O, altre volte ancora, avete addirittura dovuto desistere perché in quel momento, la vostra condizione non lo consentiva o la posa giusta non risaltava.  Ecco:  quando avete scattato una fotografia affettiva al figlio, prima di “postare” pensate alla situazione appena descritta.  E possibilmente, non postate. 

Avv. Filippo Martini

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