Mauro Zappi è il coach che maggiormente rappresenta il basket del territorio e del circondario imolese, avendo indossato, negli ultimi 10 anni, tutte le casacche delle principali Società del territorio, partendo dall’Andrea Costa, passando alla Virtus Imola, fino all’attuale Olimpia Castello (tra A2 e B Interregionale).
Al di là degli aspetti delle singole Società, in questa intervista in esclusiva, il coach imolese affronta temi più ampi, legati ai suoi primi passi con la palla in mano in una famiglia che, a Imola e non solo, può essere identificata come “la famiglia del Basket”, grazie alla notorietà di papà Gianni, simbolo di questo sport.

Mauro Zappi, sin da bambino hai vissuto la bellezza del basket in tutti i suoi aspetti. Qualche sogno di allora lo hai realizzato, per altri hai ancora tempo?
“Il basket ha da sempre fatto parte della mia vita. Ricordo un piccolo bimbo che stava seduto sulla panchina ad ammirare suo padre e suoi i giocatori mentre si allenavano e giocavano. La domenica poi era molto bello vederli dentro a quel rettangolo protagonisti delle emozioni di tanta gente. Mi chiedevo se anche anche io un giorno avrei avuto la fortuna di poter vivere quei momenti e quelle sensazioni. Ho avuto la fortuna di poter giocare ad un certo livello e ora di allenare in categorie importanti. Ogni volta che vivo le emozioni del pubblico e’ un po’ come se facessi un salto nel tempo su quella panchina e su quelle tribune. Quindi sì, posso dire che il mio piccolo sogno di allora l’ho realizzato e mi sento molto fortunato.
Sognare aiuta a vivere meglio, quindi ora ce ne sono altri. Che è giusto che rimangano chiusi nel cassetto e vengano custoditi bene, per poi poterseli gustare al meglio se si dovessero realizzare”.

Cosa significava allora e cosa significa oggi il basket in “casa Zappi”?
“Lavoro, ieri come oggi. La bellezza e la fortuna di fare della propria passione un lavoro, con i suoi pro ed i suoi contro. Essere allenatore non è semplice, per quanto bello. Non lo era per mio padre, non lo è per me. I tempi sono cambiati, oggi c’è molta più esposizione mediatica con internet e i social network. Ma il comune denominatore è che un allenatore è “solo” per definizione. Quando vinci sei circondato da falsi amici, quando perdi sei sotto il fuoco incrociato di critiche e detrattori. Serve tanto equilibrio e la fortuna di avere vicino le persone giuste.
Io cerco di tenere al riparo la mia famiglia dai momenti esaltanti come da quelli meno belli, provando di vivere ogni momento con il giusto senso”.

Quali aspetti servirebbe migliorare per incentivare maggiormente il movimento della palla a spicchi imolese e del circondario?
“Banale, ma credo che servirebbe investire di più e meglio nei settori giovanili e una maggior collaborazione tra le società.
Quando ero un giovane giocatore ricordo che avevano la mira e l’ambizione di far parte della prima squadra e provare a diventare giocatori. C’era molta identificazione in questo e le società lavoravano molto e bene sui giovani. Oggi tutto questo manca, se cerchi di coinvolgere un giovane in prima squadra a volte sembra quasi di fare un dispetto. E le società pensano purtroppo gelosamente ognuna al proprio orto e guardano solo il singolo risultato senza programmare seriamente ed investire sul futuro.
Da questo punto di vista credo che l’unica società della zona sta facendo un lavoro molto positivo su programmazione e giovani sia l’international Imola. La società di Zavagli e Fiera credo sia purtroppo una mosca bianca e vada preda come esempio”.

A livello sociale, dove collochi il gioco della pallacanestro nel contesto educativo e formativo di un giovane?
“Direi che come ogni sport di squadra ha una valenza molto importante. La condivisione di gioie e problemi con il gruppo, il non pensare solo al proprio “io” ma al bene comune magari rinunciando anche a qualcosa a favore di altro e altri credo siano valori fondamentali nella crescita di un giovane e che siano riproducibili anche nella vita di tutti i giorni”.

A livello tecnico come si differenziano la preparazione e la gestione di una gara di serie B nazionale rispetto ad una categoria inferiore?
“Il modo di approcciare la settimana e la partita non cambia. La B2 è ormai diventata un campionato di medio alto livello, scelto da giocatori e allenatori che preferiscono realtà con progetti seri ed ambizioni piuttosto che società del piano di sopra che vivono solo di poco equilibrio e linearità. Tante società di B2 non hanno nulla da invidiare alla B1 per organizzazione e programmazione, serietà e solidità economica.
Quello che cambia è, indipendentemente dalla categoria, il materiale umano a disposizione e la predispozione mentale della squadra. E li, a mio avviso, subentra la bravura di un allenatore. Sapersi adattare a dove e con chi si lavora, modulando le richieste e gestendo i carichi di lavoro e le informazioni. In certe situazioni si può chiedere e osare di più, in altre è meglio scalare qualche marcia per ottimizzare il lavoro e raggiungere il miglior risultato”.

Le foto sono di Giuseppe Di Gioia e di Silvano Odorici






















